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Recensione: Dreamscapers di Dario Orilio

“I dreamscapers possono introdurci nei sogni con il proprio corpo e la propria mente: non un sogno come tanti, quindi, ma una visione, un dreamscape, una proiezione onirica della realtà che il sognatore esplora fisicamente”.

Dreamscapers – Dario Orilio

Nel mese di Agosto non ho letto molto: vuoi per il caldo, vuoi per il lavoro, ammetto di essere stato lavativo. Questo però mi ha permesso di concentrarmi appieno su un romanzo che ho apprezzato molto, sia per la trama sia per la qualità, perciò ho pensato bene di parlarvene qui, sul mio sito appena nato.

Dreamscapers- L’erede è il romanzo d’esordio di Dario Orilio, nato a Napoli nel 1987 e residente a Roma dal 2016. Premetto una cosa: ho conosciuto Dario grazie ai Social e con lui ho instaurato una bella amicizia. Mi piace molto il suo modo di parlare e di affrontare gli argomenti e mi sono convinto ad acquistare il suo romanzo perché curioso di scoprire se la sua personalità si riflettesse anche sulla sua scrittura.

Non so se a voi è mai capitato, ma io di solito, quando conosco bene l’autore, tendo a “visualizzare la sua faccia” durante la lettura, facendo fatica a scrollarmi di dosso la sua identità. Con Dreamscapers, al contrario, ho più volte dimenticato che a scriverlo fosse proprio un esordiente italiano, tanto che, a un certo punto, ho persino pensato: “Come sarebbe bello che questo fantasy diventasse un film americano”, per poi ricordarmi che il libro è al 100% Made in Italy. Presumo che sia un bel complimento per l’autore, vero?

Ciononostante, come è ovvio, ci sono state delle cose che mi sono piaciute di più e altre che mi sono piaciute di meno, ed è per questo che vorrei parlarne insieme a voi.

Ma veniamo al dunque: di cosa parla questo libro?

È la storia di Cress, un orfano di diciassette anni, che, dopo aver visto un misterioso individuo in impermeabile e mascherina anti-gas rapire il suo migliore amico Charlie, scopre di essere un dreamscaper, un viaggiatore delle dimensioni oniriche. Ad aiutarlo nella difficile impresa di riportare a casa Charlie, troveremo Erynni, una strega-telepate, Jonsy, un islandese in cerca anche lui della sorella scomparsa, e Sakura, figlia di uno stregone giapponese.

Questa è per sommi capi la trama. Ma l’autore non si ferma a questo, perché pagina dopo pagina aggiunge sempre più tasselli e nuovi personaggi, dando vita a tanti frammenti che, di sicuro, alla fine daranno forma a un unico, grande mosaico.

Tutto nel romanzo sembra studiato nei minimi particolari: il linguaggio, forbito e attento (forse troppo pretenzioso, in alcuni punti), il world building, che letteralmente è la costruzione fisica del mondo in cui è ambientato il romanzo ma anche la rete che connette tutti i nodi della storia, e i personaggi, tantissimi e tutti con un solido background alle spalle.

Ma andiamo con ordine e partiamo dallo stile. Dario Orilio sa come maneggiare bene le parole e si vede; ogni vocabolo è studiato e posizionato con accuretezza. Spesso, però, il suo stile eccessivamente ricercato ha causato in me non poca confusione nel domandarmi quale fosse il target di riferimento. Sì, è vero che un buon libro può essere letto a qualsiasi età e non deve essere per forza incasellato. Però è altrettanto vero che uno scrittore deve avere ben chiaro il suo pubblico, altrimenti rischia di deludere il lettore. Secondo la volontà dell’autore, infatti, il romanzo è indirizzato al pubblico young-adult (YA nel gergo dei lettori), i cosiddetti “giovani adulti”, e questo si può intuire anche dall’età anagrafica dei protagonisti, che va dai diciassette ai trent’anni, oltre che dallo stile di scrittura maturo. I dubbi che avevo durante la lettura erano dati per lo più dalla sensazione che, secondo il mio punto di vista, i protagonisti avessero un’età sbagliata. Stonata. Per esempio, per come si comporta e per come ragiona, Cress somiglia molto a un ragazzino di dodici/tredici anni, non di diciasette, e per questo motivo, secondo il mio ragionamento, anche lo stile di scrittura sarebbe dovuto essere più leggero.

Ma comprendo che questa sia una cosa soggettiva: Dario è un bravissimo scrittore e non ho altre critiche da fare. Pensate che, in alcuni punti, non mi sono nemmeno reso conto che fosse un romanzo scritto da un esordiente, per quanto è curato.

Tra l’altro – e qui apro una parentesi – la copertina (ma quanto è bella?), ci mostra un’illustrazione di Gaetano Carlucci in cui un ragazzino con indosso una felpa rossa è disteso sul letto e sogna/vede la mano di un mostro avvicinarsi pericolosamente verso di lui. Questa immagine ha contribuito a farmi venire il dubbio circa l’età del protagonista. Da poco è uscita una nuova versione con una spada in primo piano, forse per attirare un pubblico più adulto, ma io preferisco questa, poichè contiene tutti gli elementi che si trovano all’interno del romanzo e perché, secondo me, è più scenografica. Sono contento di averla acciuffata prima che venisse tolta dal commercio.

Per quanto riguarda i protagonisti, ce ne sono tanti (forse troppi), e qui non posso fare altro che inchinarmi di fronte alla maestria con cui l’autore si è saputo destreggiare tra trame e sottotrame che si rincorrono le une con le altre per tutto il romanzo. Ogni capitolo porta il nome di un personaggio del libro e ne segue la sua storia; all’inizio si ha come l’impressione che ogni storia sia slegata dall’altra come se fossero indipendenti (in una c’è un prete, in un’altra un uomo che vede alberi strani, in un’altra ancora una ragazza giapponese…); però, già a metà libro, si capisce che in effetti un filo conduttore c’è, e anche piuttosto evidente.

Il personaggio che all’inizio mi era sembrato solo un peso ma che poi si è rivelato uno dei miei preferiti è stato Graham, colui che vede alberi dove non dovrebbero esserci. In un capitolo, il mio preferito, l’uomo attraversa un albero e giunge a Radici Bianche, un mondo fatato dove l’autore dà libero sfogo a tutta la sua fantasia.

E a proposito di questo, vi lascio un passo del libro che ho trovato molto interessante:

Il mito vuole che il regno delle fate si sia originato intorno a un albero millenario creato da un’antica creatura aliena. Di questo mitologico reperto naturale resterebbero alcuni punti, che, come uteri materni, sono in grado di partorire neonati di fata”.

Per par condicio, vi svelo anche il personaggio che mi è piaciuto di meno: Jonsi, un ragazzone tutto muscoli. Se fossimo stati in un reality-show, sicuramente lo avrei eliminato alla prima occasione. La sua storia mi ha annoiato… diciamo che non mi ha convinto perché la trovo stonata con il resto del romanzo. Capisco la necessità di affibbiare al protagonista (di per sé senza una forte personalità) una spalla dal carattere spavaldo e determinato, però così facendo l’autore ha messo in ombra proprio colui che, in teoria, dovrebbe sorreggere l’intera saga. Tolti tutti i comprimari, infatti, se ci dovessimo soffermare proprio su Cress, alla fine lui risulta essere quello più “inutile”. Secondo me, però, essendo il primo volume di una saga ed avendoci messo così tante trame e sottotrame da poter coprire almeno cinque libri, l’autore ha preferito non strafare, preferendo fare le cose con calma. Secondo me, ragionandoci sopra, la sua scelta potrebbe essere vincente.

Potremmo considerare questo volume come interludio alla saga vera e propria, in cui si gettano le basi e ci viene presentato un mondo nuovo, in cui vengono disseminati così tanti indizi che solo un lettore molto attento può cogliere appieno.

Io non vedo l’ora di poter leggere il secondo volume, perché sono davvero curioso di saperne di più sul mondo fatato, sulla fine di Charlie, sulla strega Erynni, sulla PharmCO e sui Marci.

Promuovo a pieni voti il romanzo in quanto è scritto davvero bene. Sono sicuro che non sfigurerebbe affatto se venisse tradotto anche in lingua inglese.

Classificazione: 5 su 5.

Se vi è piaciuta la mia prima recensione, se volete commentare, o se semplicemente avete voglia di supportarmi, lasciatemi un feedback qui sotto.

Alla prossima!

Autore:

Autore di libri per ragazzi.

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