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Recensione “Jack Bennet e la chiave di tutte le cose” di Fiore Manni

Gli ingranaggi, mio caro Jack, non sempre funzionano come dovrebbero. E farli funzionare è un lavoro così duro da risucchiarti tutte le energie.

Come dice la stessa autrice nei ringraziamenti alla fine del libro, vivere in un mondo tutto nostro non è una cosa negativa se possiamo estendere l’invito agli altri.

Penso che questa frase rappresenti in pieno lo spirito di  “Jack Bennet e la chiave di tutte le cose”, edito da Rizzoli, quello cioè di portare i lettori in mondi stravaganti, popolati da pappagalli parlanti, da libri non ancora scritti e da foglie su cui è possibile navigare.

Nutrivo molte aspettative nei confronti di questo libro poiché ne ho sempre sentito parlare bene e anche perché Fiore Manni ha una creatività fuori dal comune.

Per cui, come mai ho aspettato così tanto per leggerlo? Beh… sapete quando siete convinti che un libro sia davvero, ma davvero bello, però allo stesso tempo avete paura di leggerlo per non rimanere delusi? Ecco, io avevo il timore di offuscare la stima che ho nei confronti di Fiore “artista”, perciò ho sempre rimandato per non dover esprimere un’opinione su Fiore “scrittrice”. 

Dopo tanto tempo mi sono finalmente deciso a leggere il primo volume (era ora, eh?). Ebbene sì: L’ho letto! Ho un mia opinione! E, pensate un po’? Devo dire che non sono rimasto deluso, anzi: è anche meglio di quel che mi aspettavo!

Prima di parlarvi del romanzo, però, è sempre bene partire con la trama, anche per dare un benvenuto a chi ancora non ha avuto il piacere di leggerlo.

Jack Bennet è un bambino di dieci anni come tanti altri, forse solo un pochino più basso e più magro della media. Ogni mattina si alza, si avvolge intorno al collo la lunga sciarpa a righe azzurre che gli ha lasciato suo padre ed esce per le fumose vie di Londra. Come molti ragazzi del suo tempo lavora in fabbrica, perché la mamma è malata, e in famiglia non c’è nessun altro che possa provvedere a loro. Una mattina, sulla strada del lavoro, Jack incontra un curioso personaggio che pare sbucato dal nulla; un uomo del tutto fuori luogo, con il suo elegante completo viola nel bel mezzo della grigia città. Jack lo osserva incuriosito e lo saluta educato, poi lo ascolta con attenzione. E fa bene, perché la più grande delle avventure può cominciare in un giorno qualunque. L’uomo gli consegna una chiave, e con quella Jack inizia a viaggiare per mondi sconosciuti e bislacchi, dove incontra pappagalli tipografi, libri magici per tutte le occasioni, navi pirata, una ragazzina spavalda ma non troppo, un drago che sputa vapore e colleziona tesori. E molto, molto altro. La storia di Jack ci risucchia e non ci molla; ci porta su mari senz’acqua e davanti a misteriose creature, facendoci palpitare, emozionare, e ridere anche, fino alla fine.

Jack Bennet e la chiave di tutte le cose, primo volume di una serie per ragazzi, è l’esempio perfetto di come sia ancora possibile trovare libri di ottima qualità scritti da autori italiani. Io dico sempre che dovremmo valorizzare di più i nostri scrittori. Insieme a Manlio Castagna, autore di Petrademone (che vi consiglio caldamente di leggere), Fiore Manni rappresenta sicuramente la nuova promessa dell’editoria per ragazzi.

Dopo aver condotto per anni il programma di successo chiamato Camilla Store, Fiore debutta con un libro per la Rizzoli in cui butta dentro tutto il suo mondo colorato e bizzarro.

Qualcuno potrebbe pensare che il libro non rappresenti una grossa novità nell’editoria per ragazzi. Alzi la mano chi non ha mai letto almeno una volta nella vita un libro in cui il protagonista varca una porta e si ritrova in un mondo magico (Le cronache di Narnia, per dirne uno). Secondo me il segreto di un buon libro non sta tanto nella storia in sé, ma di come viene raccontata. È lo stile che rende una storia memorabile o, ancora meglio, la potenza della scrittura. E Fiore Manni ha il dono di saper scrivere, altroché se lo sa fare.

Innanzitutto, già dalla presentazione, l’autrice augura al lettore un buon viaggio con una frase che a me è piaciuta molto nella sua semplicità: “I libri sono chiavi per visitare Mondi, quindi ecco qui la tua: buon viaggio”. Il lettore diventa quindi ufficialmente il proprietario del libro, fiero di poter leggere questa storia indirizzata direttamente a lui. 

Il testo, poi, ha una potenza visiva incredibile. Alcune parole si ripetono spesso,  in modo da rimanere più facilmente nella nostra testa. A fine lettura, per esempio, a me sono rimaste impresse “crostata di mirtilli”, “sciarpa a righe azzurre”, “cassetto (o lo schedario, o il baule)”.  Sono sicuro che quando passerò accanto alla mia libreria e getterò uno sguardo su questo volume, mi ricorderò con piacere di queste parole e sorriderò con nostalgia. 

Illustrazione interna di Fiore Manni

Il testo, all’apparenza semplice ma molto ricercato, è molto personale. Penso che nessun altro avrebbe potuto scrivere questa favola se non Fiore Manni. C’è la sua impronta, il suo marchio di fabbrica. Grazie al suo modo di porsi nella scrittura, usando un tono gentile e educato, ma anche ironico e strano, prende il lettore per mano e lo invita a vivere le avventure insieme al protagonista Jack, un bambino come tutti gli altri, forse un pochino più basso della media, che ama le torte di mele come qualsiasi bambino di dieci anni.

Quando una persona lascia definitivamente il proprio Mondo, liberiamo i sogni archiviati. Ecco cosa sono tutte quelle nuvole lassù, ed è per questo che sono così deliziose: sono un miscuglio dei sogni più belli di tutti i Mondi.

Sapete qual è la domanda più frequente che i lettori si pongono quando leggono storie di avventura? “Come mai l’autrice ha scelto proprio quel protagonista e non un altro? Qual è il suo talento?”

Beh, sicuramente Fiore Manni potrebbe rispondervi meglio di me, però, siccome ci sono io a scrivere la recensione, vi dico come la penso io.

La risposta secondo me è molto semplice. Jack rappresenta tutti noi, persone comuni,senza particolari abilità. Jack però ha molto coraggio e molta determinazione. Di fronte alle difficoltà lui non si tira mai indietro e il carattere lo porta a essere molto curioso e a voler sapere sempre di più. Io credo che Fiore abbia voluto dar vita a un personaggio in cui i ragazzi si potessero rispecchiare facilmente. E secondo me c’è riuscita alla grande.

Durante il suo viaggio, Jack Bennet visiterà mondi bizzarri popolati da personaggi ancora più bizzarri, si impegnerà al massimo per aiutare gli amici in difficoltà grazie alla sua spiccata intelligenza e cercherà di scoprire il mistero che si nasconde dietro la misteriosa chiave d’oro regalatagli dal Padre di Tutte le Cose. Del resto, come diceva sempre il papà di Jack al figlio, “quando ci sono i problemi noi abbiamo solo soluzioni”.

Nel libro, Fiore Manni mette in scena parecchi animali che interagiscono con il bambino.  Magari sono stati scelti a caso per far divertire i lettori, ma io mi sono divertito a ragionare sulla loro simbologia. Vediamo un po’ cosa ne è uscito fuori!

  • Jack e i pappagalli.

L’uccello indica un talento indiscusso e simboleggia il più delle volte l’intelligenza: come ho detto in precedenza, il bambino cerca di sfruttare la sua intelligenza per risolvere alcuni problemi che si trova davanti.

  • Jack e i conigli.

Il coniglio rappresenta il simbolo della crescita e della nuova vita, nonché del conforto e della vulnerabilità. In un passaggio, Jack sogna suo padre e inizia ad affrontare il tema della sua scomparsa. Pian piano, infatti, inizia a maturare la consapevolezza della sua assenza.

  • Jack e la tartaruga gigante.

La tartaruga rappresenta la tenacia e la forza, ma anche la saggezza. Direi che calza alla perfezione con il messaggio che l’autrice vuole dare ai suoi lettori: quello cioè di credere in se stessi e di lottare per raggiungere i propri obiettivi.

Se sguazzare nell’inchiostro non era affatto male, farsi aspirare l’arcobaleno di dosso faceva un gran solletico.

Più andavo avanti con la storia e più mi rendevo conto di quante cose in comune abbia questo libro con Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, il capolavoro di Lewis Carroll del 1865. Anche in quel libro infatti la protagonista si trova a vivere avventure al limite dell’assurdo e il tutto avviene con estrema genuinità. Altro riferimento al mondo della letteratura dell’infanzia è senza ombra di dubbio La Fabbrica di Cioccolato di Roald Dahl (sono abbastanza sicuro che l’autrice sia una sua fan, anche per il suo modo di scrivere). Inoltre, la tartaruga gigante che si vede verso la fine io l’ho immaginata come Morla, quella che si vede ne La Storia Infinita di Michael Ende; ve la ricordate?

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In conclusione, Jack Bennet mi è piaciuto da matti. Lo consiglierò a chiunque mi chiederà dei suggerimenti di lettura perché merita davvero. Ringrazio la Rizzoli per avermi dato l’opportunità di recensirlo e adesso non vedo l’ora di leggere il seguito della storia, Jack Bennet e il viaggiatore dai mille volti: sono convinto che sarà all’altezza del primo!